Avrei voluto postare un commento su Nazione Indiana dove, su indicazione di giuliomozzi, sono andata a leggere le polemiche sullo stato dell'editoria. L'ho scritto ma poi mi sono resa conto che se l'avessi inviato avrei potuto essere lapidata. Quindi ho fatto un veloce copia, taglia e incolla (qui sotto).
Una cronologia della discussione, per sapere di cosa sto parlando, è stata raccolta pazientemente da giulio.
Ad uso dei miei dieci lettori:
"Agire in una società, piccola o grande che sia, implica compromessi. Se io desidero ammazzare il mio vicino di casa (homo homini lupus) ma, in primo luogo, voglio evitare che sia lui ad ammazzare me, delego il monopolio della forza ad un'autorità superiore che garantisca la convivenza pacifica. Il mercato è anche questo: un gioco con delle regole che garantiscano il fair play. Ci può essere chi bara, ed è interesse di tutti che venga punito, ma anche chi, solo all'interno di una società regolamentata, può tenere aperto il suo negozietto senza che nessuno possa venire a chiedergli il pizzo. L'unico vero motore che muove la macchina è alimentato dalla logica della domanda e dell'offerta.
Chiunque oggi può pubblicare un libro in cui crede. Gli spazi ci sono. Se non è il denaro quello che cerca, ma soltanto lettori, non gli sarà difficile trovarne due o tremila nella rete. Ma qui non stiamo parlando di mercato, solo di far sentire la propria voce.
Non capisco cosa vuole esattamente Moresco. Parla nebulosamente di un mercato virtuoso, dove si pubblichino libri che siano degni di essere letti ma che poi finiscono al macero. E quale dovrebbe essere il criterio di scelta? Chi decide cosa sia un libro vero e cosa sia una saponetta? Un mercato che non si preoccupi di domanda e offerta non è mercato.
Non era Carla Benedetti che accusava Giuseppe Caliceti di non conoscere il vero significato delle parole?"
Detto questo, in maniera polemica ed esagerata, riconosco che sta alla moralità della singola persona porre i confini su che cosa è disposto a vendere e che cosa a comprare.

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