giovedì, 10 maggio 2007

Insomma, come ho detto non ho ancora deciso come e quando riapparirò nella rete, dopo questo blog.

Ma uno dei luoghi c'è già:

www.cristinabottegal.it

postato da: cristinabottegal alle ore maggio 10, 2007 09:16 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 04 maggio 2007

Nonostante la mia identità web sia in transizione giovedì prossimo parteciperò alla cena blogger organizzata dal ristorante Dall'Amelia di Mestre.
La serata è aperta comunque a tutti, blogger e non.
Il menu lo trovate qui:

www.cucinaveneta.com/blog/dblog/articolo.asp?id=111

postato da: cristinabottegal alle ore maggio 04, 2007 11:15 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 04 maggio 2007

La mia in questi giorni è una vera e propria latitanza. Sono assorbita da un progetto che lascia poco tempo per il resto, ma non è solo questo.
Sto pensando che c'è bisogno di un cambiamento.   
Ancora qualche post e poi me ne vado da qui.
Non sparisco per sempre dalla rete.
Dopo una pausa di qualche giorno o di qualche mese, ricomparirò.  Non ho ancora deciso come.

postato da: cristinabottegal alle ore maggio 04, 2007 08:28 | Permalink | commenti
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domenica, 22 aprile 2007

Bruno Gambarotta, autore del Codice Gianduiotto, ha tenuto la sua lezione sulla parodia giovedì scorso al ristorante Dall'Amelia di Mestre. Il corso di scrittura è ancora una volta "Cucina di storie". Lo organizza Annalisa Bruni.

Pubblico il resoconto:

La parodia è sempre esistita. Oggi è diventata un genere televisivo. Ogni programma di successo viene seguito da un altro che ne fa la caricatura, in una continua autoreferenzialità. 
La conoscenza del modello è la condizione essenziale per l'efficacia della parodia. Facile se parliamo del pubblico della televisione. Il discorso si complica quando arriviamo ai libri. Non c'è più una società letteraria che renda possibili i giochi, i rimandi e le allusioni. E sono spariti anche i maitre a penser che con le loro risposte alle grandi domande dell'umanità, chi siamo, dove andiamo, si prestavano a bersaglio ideale per l'aspirante parodista.
C'è stato un cambiamento antropologico, lo scrittore è diventato un artigiano, non ha la grandezza di un tempo. Manca il piacere di tagliargli le gambe. Così dalla parodia dello scrittore siamo passati alla parodia dei bestseller. Gambarotta, che ha lavorato a istant book come Il fagiano Jonathan Livingston, ora ha scritto Il Codice Gianduiotto.  Il meccanismo del modello, Il Codice Da Vinci, non cambia: in un mondo dove tutto è visibile, scopro una realtà parallela, prerogativa di una ristretta cerchia di iniziati. Con il mio libro svelo il complotto, racconto com'è andata veramente.
Il Codice Gianduiotto è nato dalla collaborazione con Stefania Conte, della Morganti Editori. Gambarotta dice che ne sia la coautrice, ma dato che la giustizia non è di questo mondo, il libro lo firma solo lui.
Gambarotta scrive una rubrica sul supplemento settimanale della Stampa, distribuito a Torino. Parla di storie di torinesi, il torinese al ristorante, il torinese al mare. Spesso gioca ad ambientare a Torino i romanzi più venduti. Il contrasto fra le trame originali e l'ambiente borghese un po' chiuso della città, crea un effetto esilarante. E Gambarotta, quando invia il suo pezzo al giornale, lo manda in copia anche a Stefania Conte, la sua prima lettrice.
Proprio uno di questi articoli, la trasposizione a Torino del Codice da Vinci, è diventato l'embrione del Codice Gianduiotto. Stefania Conte ne ha visto le potenzialità e ha incalzato Gambarotta perchè scrivesse il libro, facendogli da editor e aiutandolo nelle ricerche storiche.
La trama narra della lotta titanica fra la Confraternita del Gianduiotto e quella della Merendina.  La Maddalena, messa in ombra dalla storia ufficiale, qui è la colf di Leonardo da Vinci: "Perché tutti sanno chi dipinse l'ultima cena, ma nessuno si è mai chiesto chi ha preparato la tavola".
Gambarotta, ridendo sotto i baffi, ha detto di aver trovato molte cose interessanti, in archivi vaticani accessibili solo a lui e a Dan Brown. L'ultima cena è stata dipinta dalla domestica, mentre Leonardo, vestito da donna, si dilettava in cucina nella creazione del primo gianduiotto.

Vincenzo, un partecipante al corso, ha chiesto se c'è una tecnica dell'ironia.
Sono molte, ha risposto Gambarotta. Dall'enfatizzazione al gioco sulla rigidità delle parole, come faceva Achille Campanile quando costruiva le sue storie intorno al significato letterale delle metafore. Gambarotta raccoglie necrologi paradossali. Dice di averli letti nei giornali, così come li riporta: "E' volato in cielo con la sua auto" e "Dopo una lunga malattia è scomparso nel suo letto". Macchine che si trasformano in aeromobili e parenti che cercano disperati il malato, rivoltando lenzuola e materassi.
Ma per far ridere non c'è una regola, si va a tentativi.

Anch'io ho fatto un domanda. Ho chiesto a Bruno Gambarotta cosa pensa della scrittura su commissione. Lui ha detto che la commissione è un suo chiodo fisso, anche nell'arte figurativa. L'arte contemporanea soffre di una crisi di committenza. Nel passato gli artisti ricevevano un incarico e con tutti i limiti che venivano loro imposti, creavano capolavori. L'artista contemporaneo invece lavora da solo e poi mette il suo quadro nel mercato.
Per lo scrittore è lo stesso. Lavora anni ignorando se dall'altra parte ci sia qualcuno disposto a prenderlo in considerazione. "Lavorare su commissione è riposante. Tranquillizza", ha detto Gambarotta. Ed è anche una sfida, come è successo con Il Codice Gianduiotto. Avere un referente, come per lui è Stefania Conte, aiuta a lavorare e comunque ti assicura che c'è chi ti pagherà per il tuo lavoro.

Alla lezione è seguita la cena. Come giornalista mi sono inbucata nel tavolo dove sedeva Bruno Gambarotta, accanto a Paolo Morganti e Stefania Conte. La deontologia professionale non vieta, anzi auspica questi colpi di mano al fine di raccogliere informazioni.  Ma dopo aver costretto i camerieri ad aggiungere un posto, mi sentivo in imbarazzo e ho chiesto a Gambarotta il permesso di stare lì. Lui, delizioso, ha detto che senza di me sarebbe andato a mangiare in cucina. Per quella sera mi aveva nominata "allieva prediletta".

Come al solito il ristorante Dall'Amelia non ha deluso le aspettative. Ma mentre l'ultima volta, alla cena sulle ricette dell'Artusi, ho chiesto doppie porzioni, giovedì mi sono accontentata di quello che avevo nel piatto. Un buon sette e mezzo insomma, contro un nove abbondante. Peccato non aver gustato i vini.  A parte uno spumante millesimato all'inizio, ho bevuto solo acqua, e una cena non si può giudicare senza il vino.  Il voto che ho espresso qualche riga sopra vale solo per gli astemi.

postato da: cristinabottegal alle ore aprile 22, 2007 20:22 | Permalink | commenti (6)
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domenica, 15 aprile 2007
Questo blog è in vacanza fino al 20 aprile, almeno. Poi scriverò un resoconto su quello che dirà Bruno Gambarotta nella sua lezione al corso Cucina di storie.
postato da: cristinabottegal alle ore aprile 15, 2007 21:02 | Permalink | commenti
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mercoledì, 11 aprile 2007

Il mio primo post è del 15 novembre del 2004. Quasi due anni e mezzo di blog, scritto a periodi alterni. Un amico mi ha detto che il mio non è un diario. A volte assomiglia ad una fanzine letteraria, ma più spesso manca di identità. E poi non ci sono, nei commenti ai post, discussioni e ammiccamenti con i lettori. Capitano botte e risposte, ma si fermano lì, non si trasformano in conversazioni.

Insomma io sarei una blogger anomala, sorda ai decaloghi che stabiliscono che gli indici di buona salute di un blog sono il numero di contatti e il buon livello di ranking, cioè del posizionamento ai primi posti nei risultati di google e yahoo. Audience, anche qui.
Conosco i trucchetti per aumentarla, ma non li uso. Basterebbe infilare tra le righe qualcuna delle parole più digitate nelle barre di ricerca, associazioni di termini legati al sesso o al calcio, oppure i nomi dei protagonisti dei casi di cronaca curiosi, specialmente quelli a sfondo boccacesco.
Anche il collegamento con altri blog influisce sul ranking. Commentare, farsi segnalare nei link, dire qualcosa di particolarmente originale per far parlare di sé.
Strategie che per me rimangono nella teoria. Come ho detto nell'ultimo post, questo blog ama l'understatement. Apparentemente contraddittorio se il mio obiettivo, come giornalista, è guadagnarmi da vivere scrivendo. Non con il mio blog, però. Questo è un laboratorio per esperimenti di scrittura in spazio extraterritoriale, senza caporedattori che mi prescrivano argomenti, lunghezze, tono e direzioni. 

postato da: cristinabottegal alle ore aprile 11, 2007 21:40 | Permalink | commenti (4)
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venerdì, 06 aprile 2007

Per la seconda volta in quindici giorni, An Alternative Ending è su vibrisse.

Questo blog è un po' timido, arrossisce facilmente. Non è abituato alla visibilità. 
Comunque ringrazio a nome suo, del blog, s'intende, Annalisa Bruni.

Per qualche giorno non scriverò.
Auguri, a chi dovesse passare di qui.

postato da: cristinabottegal alle ore aprile 06, 2007 16:11 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 31 marzo 2007

Avevo promesso la cronaca della serata su Il bacio di una morta.

Venerdì 23 marzo

Il lavori al ristorante Dall'Amelia iniziavano alle cinque e trenta. C'erano le scuole di scrittura di Venezia, Mestre e Jesolo. Tutti riuniti per leggere le trame e gli incipit dei loro romanzi alla Carolina Invernizio. A coordinare il workshop il giornalista Aldo Trivellato.
Alle cinque e dieci sono uscita alla barriera di Mestre. I tabelloni luminosi sull'autostrada dicevano che il tempo di percorrenza dal casello all'aeroporto era di ventitré minuti. Per arrivare all'Amelia non ce ne sarebbero voluti più di cinque. Invece mi sono ritrovata ferma tra quindici file parallele di macchine e camion che tentavano, con scarso successo, di infilarsi nelle tre corsie della tangenziale. Era tutto un gioco di sguardi attraverso i finestrini: "Mi fa passare, per favore?", "No, c'ero io e anche se non c'ero ho la macchina grossa", "Sì, ma la mia è più bella", "Le donne prima, grazie", "Sto lavorando, mi aspettano", "Che vuol dire? Che le donne lavorano e gli uomini no?", "Se c'è qualcuno che si sente male come lo soccorrono? Con l'elicottero e gli infermieri che si calano con le scale di corda?" 
Insomma, un'ora e un quarto per fare tre chilometri. Mi sono persa gran parte delle prove di romanzo ottocentesco e anche un aneddoto curioso.  All'arrivo ne ho sentito soltanto l'eco. Si narra che Carolina Invernizio, per mantenere l'esatta contabilità dei morti dei suoi romanzi, chiedesse alla sorella di annodare dei nastrini rossi. Tanti nastrini, tanti morti.

Nella pausa prima della cena abbiamo socializzato fra noi, frequentatori più o meno assidui di corsi di scrittura. L'approccio è tipico: "Cosa leggi?" e poi "Cosa scrivi?". Si cercano affinità o trucchetti da copiare. Ci si scambia titoli. Ma basta un autore sbagliato, una citazione fuori luogo, per raffreddare la conversazione. Diciamo senza problemi di amare Calvino, ma nessuno ammette pubblicamente di aver letto Coehlo o Faletti. E' come rivelare qualche bizzarria nelle proprie abitudini sessuali. Potremmo trovarci di fronte chi condivide i nostri stessi gusti, ma più facilmente la risposta va dall'imbarazzo alla compassione.  
Nel gruppo di Annalisa Bruni, Cucina di storie, non ci sono comportamenti devianti. Regna un'armonia rassicurante.

Tiziano Scarpa era l'ospite d'onore della cena. Il titolo: "Il bacio della donna morta e altre accattivanti golosità".
Non ho ancora detto della trama del romanzo. Siamo nell'Ottocento, naturalmente. Alfonso, un giovane di bell'aspetto, scende dal treno a Firenze con la moglie. La sorella Clara gli ha scritto: si trova in grave pericolo. Lui era in Spagna ma ha dovuto rimandare la partenza. Avrebbe dovuto arrivare già da settimane.
Il suo ritardo ha perduto la sorella. Clara è morta. Il cadavere è nella cappella del cimitero, in attesa della sepoltura. Alfonso accorre. Fa riaprire la bara e bacia fremente le labbra della sorella. Ed ecco che lancia un grido. Quelle labbra si sono mosse. Clara respira ancora.
La catalessi, simile alla morte, è stata provocata da un potente narcotico. Il marito, irretito dalla passione per una ballerina di origini esotiche, voleva farla seppellire viva.
Il resto della storia narra come Clara, con l'aiuto di Alfonso, riesca alla fine a recuperare l'amore del marito. 
Un tentativo di uxoricidio allora non bastava a rompere il sacro vincolo del matrimonio. 

Tiziano Scarpa ha letto la scena principale:

Ed appoggiò le sue labbra ardenti sulle labbra della povera morta. Ma allora gettò un grido, che risuonò lungamente in tutta la cappella e si alzò barcollando come un ubriaco, coi capelli scomposti, gli occhi sbarrati 
-Le sue labbra si sono mosse- esclamò - Ella mi ha baciato.. ella è viva ... sì, è viva! -

Scarpa ha consigliato una visita al Bestattungsmuseum di Vienna, il Museo delle Pompe Funebri, dove a far da guida c'è un simpatico signore pronto a raccontare storie interessanti. A fine Ottocento si era diffusa una vera e propria sindrome della sepoltura precoce. Per accertarsi che il morto fosse morto davvero c'erano due metodi. Il primo, il meno cruento, consisteva nell'applicare ai polsi dei cadaveri una serie di cordini che al minimo movimento avrebbero fatto suonare una campanella. Il secondo era più spiccio e definitivo: si pugnalava il cuore del defunto per essere sicuri che non si risvegliasse. Pochi sanno che Arthur Schnitzler lasciò scritto nel testamento il desiderio di essere accoltellato post mortem.
Carolina Invernizio coglie lo spirito dell'epoca.
Per Scarpa,  Alfonso è un Cristo che resuscita Lazzaro morto, "non con prestanza teologica, ma con un amore al limite dell'incestuoso". L'attrazione quasi necrofila per la sorella gli permette di cogliere il brivido impalpabilissimo di vita che si annida nel suo corpo. 

Nonostante si parlasse di cadaveri, veri e creduti tali, abbiamo mangiato con grande appetito. Per accertarmi di essere viva e in buona salute ho chiesto doppie porzioni ogni volta che ho potuto. Le ricette dell'Artusi, passate attraverso la cucina dei Boscarato, erano irresistibili. Con la Braciuola di manzo mi sono riempita il piatto una seconda e forse una terza volta. La Focaccia alla Portoghese del finale era altrettanto buona, ma nessuno è passato ad offrirmene una seconda fetta. L'avrei accettata volentieri.

postato da: cristinabottegal alle ore marzo 31, 2007 22:45 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 27 marzo 2007

Colombati ha detto più volte che Ferito a morte è quanto di meglio sia mai stato scritto. Piperno pensa la stessa cosa e tempo fa sulla rubrica di D'Orrico nel Corriere Magazine ho letto grandi lodi per La Capria. Credo che i tre si siano riconosciuti a vicenda proprio a partire da questo libro.  Colombati, Piperno e D'Orrico sono affini nei gusti, al di là dei loro presunti piani per manipolare le classifiche dei libri più venduti.

Ancora qualche riga su Colombati. La mia non è un'ossessione. Sono lontana dal groupismo letterario. Non ne avrei più l'età e non ne ho mai avuto lo spirito. Piuttosto soffro di una forma inoffensiva di vampirismo. Quando mi interessa qualcosa in una persona, scrittore o no, ne smonto i meccanismi per farla mia. Dopo il morso perdo interesse per la vittima. Gli sono grata, ma vengo attirata in altre direzioni.

In questo periodo il background culturale di Colombati ha un odore a cui non resisto. Nel tentativo di addentarlo sono andata ieri pomeriggio alla Mondadori di Padova per procurarmi Ferito a morte. Mentre avevo già il libro in mano, nel reparto tascabili al piano interrato, ho sentito qualcuno biascicare al microfono. Le frasi smozzicate sono continuate per uno o due minuti, poi di nuovo il silenzio. La commessa mi ha detto che c'era Pinketts. Stava presentando il suo ultimo libro. Sono salita, ho pagato Ferito a morte e mi sono messa in disparte ad ascoltare. Pinketts prendeva il microfono, diceva mezza battuta e lo posava mentre diceva l'altra metà. Dovevo stare vicina per sentirlo, ma non volevo intervenire, né mescolarmi al pubblico seduto. Ero nella versione "massaia che fa la spesa". Nessuno mi poteva scambiare per una giornalista. Avevo quattro sacchetti, il pane e il latte insieme poi la frutta, il pesce e il libro.
Ma la conversazione languiva e ho fatto fatica a stare ferma. Pinketts sollecitava interventi che non arrivano: "Avanti, dite qualcosa, non capita mica tutti i giorni che io venga a Padova". Aveva addosso un impermeabile giallo, una camicia a righe e un berrettino verde, con su scritto "il vate". Nella mano un sigaro spento. Con la barba lunga sembrava un rivoluzionario sudamericano.

L'impasse è stato rotto da una ragazza: "Cosa c'è di realtà nei tuoi libri?" Pinketts ha detto che la realtà messa nei libri sembra paradossale. Dobbiamo tenere ben chiuso il coperchio del pentolone della realtà.
Un signore poi ha chiesto perché Pinketts mette la sua foto in tutte le copertine. Lui ha risposto che nel suo primo libro c'era un disegno naif. Non ha venduto. Da allora in poi ha capito che basta mettere il suo faccione per essere il francobollo di se stesso.
Alla fine la solita domanda: "Come si fa a diventare scrittori?" Pinketts, dopo essersi scusato per la banalità, ha detto che bisogna leggere di tutto, anche i biglietti del tram.
La presentazione doveva finire intorno alle sette e trenta, ma alle sette e cinque non c'era già più niente da dire. Pinketts ha proposto di andare al bar, a fumare e a bere qualcosa.
Io ho raccolto le mie borse della spesa e sono tornata a casa. Mezz'ora di Pinketts era abbastanza.

postato da: cristinabottegal alle ore marzo 27, 2007 17:42 | Permalink | commenti (2)
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giovedì, 22 marzo 2007

Domani sera sarò a Mestre, al ristorante Dall'Amelia, per una cena intorno ad un libro, Il bacio di una morta di Carolina Invernizio.

Pubblicherò il resoconto all'inizio della prossima settimana.

postato da: cristinabottegal alle ore marzo 22, 2007 21:53 | Permalink | commenti (1)
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